La Scuola

Ciao a tutti!

Noi studenti, fatti in pane, io secondo a destra

In questo momento siamo in transito, all’inizio di cinque ore in autobus a Milano. Noi sette siamo separati in questi nostri mondi diversi, ritenuti distinti dalle nostre cuffie che suonano musica diversa. Il mio mondo è di l i l a, uno dei miei preferiti. Passiamo per il paese, le fattorie, i campi deserti tranne che per alcuni gabbiani – una scena veramente strana. Abbiamo passato un tipo di fabbrica che pompava fumo bianco brillante come un vento suboceanico, da un poro vulcanico di solfuro. Tutti gli alberi possono diventare corali. È facile credere nell’oceano con questa musica e la pioggia soffice che ci circonda. Ho pensato momentaneamente se il fumo fosse il prodotto di una reazione esterifica, una parola che ho imparato nella mia singola ora di scienze con quinta B questa settimana, e poi ho realizzato che non ho nessun idea cosa significa il termine. (Adesso che l’ho scritto, mi piace molto l’idea di questa campagna come un tratto di terra oceanica, l’aria tutto aquosa, e le limiti del cielo la sua superficie lontana, o forse un contenitore di vetro che ci tiene sospesi senza correnti forti. Ma devo continuare con blog). Comunque credo che il mio contesto temporaneo al scriverlo sia importante, perché potrei descrivere le stesse cose in tanti modi diversi, e la mia ambiente esatta informa quale versione viene elaborata da queste possibilità. 

un caverno misterioso

In questo blog, volevo soltanto esprimere un po della mia esperienza a scuola. La scuola inizia alle otto e finisce all’una, ogni giorno dal lunedì al sabato. Ogni giorno è suddiviso in cinque ore, le quali durano per (forse potete indovinare…) un ora. Dopo ogni ora, sono gli insegnanti che si muovano alla prossima aula, invece degli studenti che in Australia marciano da un campo ad un’altro come bue aspettando l’educazione che apparentemente ci permetterebbe di trascendere all’umanità propria. Ognuno di noi sei è abbinato con un insegnante di inglese ò al liceo linguistico, ò a quel classico o scientifico. Ho un insegnante al liceo linguistico che si chiama Prof Amorosi, e due giorni fa, dopo che sono passate già due settimane di scuola e insegnamento, l’ho finalmente incontrata. Siccome che lei stessi male per i primi giorni del mio viaggio, che sono coincisi con i primi giorni della trimestre, mi sono trovato conducendo, solitamente da solo e da sicuro senza istruzioni, la grande parte delle mie lezioni. La mia prima lezione, quando non ho saputo neanche una singola insegnante, un supplente mi ha accompagnato all’aula. Si è introdotto, e poi mi sono introdotto, e ho iniziato una piccola discussione sull’Australia. Dopo due minuti lui è uscito, ho presunto per prendere qualcosa da un’altra stanza, o qualcosa semplice e spiegabile; non è tornato fino alla fine della lezione! Quindi ho dovuto divertire da solo una classe di quindicenni per un ora in italiano. Adesso capisco che parlano benissimo l’inglese, e non era necessario quest mia sforza, ma in un senso era l’introduzione perfetta perché mi sono dovuto adattare dall’inizio. Le altre lezioni di quel giorno sono processe cosi, e tutti gli studenti erano simpaticissimi, accogliendomi bene a loro scuola. 

la mia macchina

Un momento che ricordo particolarmente bene era quando non ho potuto ricordare la parola per gallina (ne abbiamo due nel nostro giardino a Brisbane), e ho spiegato che ho due ‘polli, ma vivi’. Ovviamente la classe intera ha riso, e dopo un po mi ha ricordato la parola giusta. E guardate che non importava niente; una lingua funziona perfettamente senza parecchie parole. Quando ci penso retrospettivamente, capisco che in realtà, era meglio cosi che se io le avessi chiamato il nome giusto, perché hanno riso. 

Un problema che trovo è che parlano troppo bene l’inglese, e mentre preferirei parlare italiano, la mia prof mi domanda di parlare sempre in inglese. Tutte le cose banali che comprendono un’introduzione e conversazione spicciola mi annoiano in inglese, ma quando parlo in italiano sono tutt’ad un tratto interessanti. 

delle fate intrappolate nelle loro forme materiali sotto il nostro sguardo

Ci sono troppi nomi da ricordare a scuola, e spesso ce mi vuole due o tre incontri con una persona per venire a riconoscerla, il quale mi frustra. In particolare, sono le perone che si siedono nell’angolo della stanza in classe che hanno trovato il coraggio di parlarmi, e non posso offrirle neanche la riconoscenza. A causa del fatto che più persone mi ricordano che potrei possibilmente ricordare dopo una settimana, devo sorridere ad ogni singola persona che passo nel corridoio, perché potrebbe essere che mi aspettano qualche segno di riconoscenza. Dunque, anche se non ricordo una grande parte delle persone che ho incontrato, do anche più sorrisi che il numero di persone che dovrei conoscere, quindi si bilancia, in un certo senso. 

È strano essere un straniero. Quando cammino nel corridoio, tutti mi riguardano per il mio caratteristico speciale, il fatto che sono uno straniero dall’Australia, come se portassi una cuna con li dentro la mia provenienza per tutti da ammirare. Non voglio dare una idea sbagliata, nessuno mi ha deificato ancora, ma noto come strano il fatto che si può essere conosciuto per tutte le banalità di Brisbane. Sono infinitamente grato per la loro accoglienza. 

Sono anche molto riconoscente per Brisbane. Tutta questa coltura, quest’antiquità, che sembrano di portare anche i giovani, è un po staccante. Mi manca guardare il cricket, sdraiarmi nel sole, facendo praticamente nulla per giorni interi a causa del caldo. Gli italiani sostituiscono queste attività per il più sofisticato sport di calcio, e sedersi in un bar con un piccolo caffe. Mi manca la casa da sicuro, ma non so se mi manca veramente l’Australia in se stessa o la vita senza preoccupazione a cui ci sono abituato. È difficile da dire. 

delle ‘cascate’; ossia un torrente

Forse uno dei compiti più divertenti che mia prof mi ha assegnato era di spiegare alcuni tecnici poetici in inglese: il ritmo, l’allitterazione, la metafora, cose del genere. E per fare questo avevo bisogno degli esempi, quindi mi stavo in piedi davanti alla classe creando esempi, assurdi ma espositivi, di tutti questi tecnici letterari. Poi ho domandato a loro di fare la stessa cosa (con meno stress, in coppie, e con tempo da preparare). Ed era molto difficile! Una ragazza mi ha chiesto per una parola che rima con ‘home’, ed ho pensato a tutte queste parole complesse che non conoscerebbe nessuno nella classe; alla fine abbiamo usato ‘dome’, il qual’è, anche se non una parola comunissimo, deducibile dalla parola italiana, duomo. Poi un ragazzo ha detto che non gli veniva niente in mente, e ho detto “ok, lo facciamo insieme, scelga una parola, qualsiasi parola” e lui ha detto “orange” e ho capito subito la sua difficoltà. Poi abbiamo messo tutte le nostre righe insieme, amalgamandole a poesie epiche, totalmente senza senso, ma belli: i capolavori di 3F. Quella notte quando sono tornato alla mia stanza ho provato rimare in italiano, ed il risultato non ho voglia di includere in questo blog. 

Alice Nel Paese Della Meraviglia, Pavia

Mi spiace che questo blog è un po ‘dappertutto’, nel senso che non segue molto naturalmente da una parte all’altra; ero un po distratto nel scriverlo, smetterei ogni tanto per la stanchezza, e poi guardando la strada o la campagna, mi sarebbe venuta la voglia di parlare di qualcosa altro. 

La prossima volta intendo parlare un po delle mie esperienze linguistiche, com’è parlare italiano, e le confusioni e i disagi che lo accompagna. Ma devo anche raccontarvi un po del Milano e Pavia a qualche punto. Come ho detto nel primo blog, credo che potiate trovare racconti delle attività che abbiamo fatto nei post degli altri studenti, quindi secondo me non servirebbe molto raccontare le stesse cose, ma forse un po di Milano è necessario. Grazie per aver letto fino a qua, e alla prossima!

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