False Friends

Ciao di nuovo. Scrivo finalmente dalla mia stanza, la qual’è condivisa tra noi tre ragazzi, Sebastian, Niccolino ed io. C’è la costante telecronaca di tennis dell’angolo di Sebastian, rumori da studenti, risuonando dalle loro tavole di foosball in corridoi distanti, i campanelli metronomici che suonano a tutte le ore che considerano importanti. Non so cosa fa Niccolino in questo momento. Ed ecco sono io nel mezzo di tutta questa vita quotidiana. 

Ci sono tante cose da compromettere quando si condivide la sua stanza con delle altre persone. Non intendo che i miei compagni sono per nullo scortesi (non è a loro che riferisce il titolo del blog), ma ci sono sempre cose basi su di cui si deve trovare qualche accordo, più di quanto ho aspettato. Si deve scegliere un’ora per andare a letto, ne un’altra per svegliarsi. Bisognano le regole per quanto alto possiamo suonare la musica o i video, e quando si deve usare invece delle cuffie. Una cosa che ho imparato è l’importanza di istituire queste regole al inizio del viaggio, perché è abbastanza scomodo protestare dopo che sono già passate parecchie settimane! Questo prossimo punto non so formulare meno bruscamente, ma dobbiamo decidere quale percentuale dei nostri corpi umani siamo contenti di vedere. Poi, quando giriamo, ogni ristorante ed ogni luogo che visitiamo dev’essere passato da sei opinioni diversi, un processo arduo, oppure tutte le decisioni vengono fatte da una singola persona e poi soggette alle possibili rimostranze dagli altri. È difficile seguire l’intuizione, improvvisare percorsi nell’attimo, il modo in cui sono più abituato a comporre le mie attività e la mia vita. 

Ho trovato questo blog il più difficile da iniziare. Trovo che sia molto difficile scrivere un blog che deve essere una cosa finale; per gli altri post, ho considerato il compito sempre una parte individuale di una collezione, che a quel punto non aveva nessuna ragione di sembrare una totalità di se stessa, un lavoro completo. Tutti i miei post farebbero parte di un intero distante, che non né si vede, né si può vedere dai suoi pezzi che lo compongono. Non c’era mai bisogno di scrivere una narrativa, bastava scrivere un’introduzione, o una continuazione, o una continuazione di quella continuazione. Ma adesso mi tocca di finirlo (ossia almeno non mi siano richiesti altri post dallo scambio di cui faccio parte e di cui attribuisco il blog, StuditaliA). So di aver inteso parlare soltanto della mia esperienza linguistica, ma non ho scritto niente sul cibo, o i miei giri alle altre città. 

… È come se io non abbia ancora toccato niente di importanza. 

Credo che la settimana in cui ho parlato il mio italiano migliore è stata la prima, anche se mia amica nuova Nicola dice che miglioro ogni giorno. Avevo più energia, e la conversazione banale era più una cosa esotica, ogni parola estatica, ogni frase una cosa artigianale da essere fatta. Poi, forse, un po di questa novità è svanita, ed in aggiunto non ho dormito molto bene, e non riuscivo parlare fluentemente quanto ho potuto all’inizio. In questi giorni, ricostruisco lentamente la mia fluidità e sicurezza nel parlato. La mia speranza è questa: che se riesco parlare bene anche quando sono stanco, quando imparo a dormire di nuovo, avrò una fondazione perfetta da cui parlare. 

Categorizzo le diverse forme della lingua italiana da quanto sono difficile da comprendere e riprodurre. L’italiano più semplice è quel accademico, o parlato o scritto. Questo può sembrare un po strano, ma non intendo che le idee espresse sono necessariamente piu semplici da comprendere; parlo soltanto di quanto è facile seguirlo. Nella lingua accademica, la grammatica è molto ben regolata, ed una grande parte delle parole hanno cognati inglesi abbastanza intuitivi. Poi, un po più difficile di questo è la lettura colloquiale (uso i termini accademico e colloquiale come poli opposti; colloquiale è quello non strettamente informativo), come le narrative. Ci sono tante parole nuove, ma si può leggere lentamente, o leggere con un dizionario in mano. Dopo questo, c’è la conversazione colloquiale. Veloce. Complessa. Piena di battute e doppio sensi, che, se non si riesce capire, rendono il resto della conversazione impossibile da capire. Una grande parte della gente qua mi parla più lentamente, usando parole relativamente semplici, ma quando gli italiani parlano tra di loro colloquialmente, è molto difficile da seguire. Finalmente, il modo più difficile di comunicazione è con i messaggi di testo. È difficile per l’altra persona capire se seguo quello che ha detto. È molto difficile capire quello che ha detto. Non posso neanche cercare le parole che mi confondono, perché una meta del tempo non esistono. Il texting è l’ultima frontiera linguistica, terreno pericoloso, imprevedibile. Ci provo.

Una cosa interessante che ho notato, è che, quando divento stanco piuttosto nei pomeriggi dopo cinque ore di scuola, la prima cosa da rompersi nel mio parlato è il genere. Sbaglio sempre il genere, non posso pensare al genere delle parole meno familiari.  Probabilmente questo è a causa del fatto che il genere non è una cosa molto intuitiva per me, come madrelingua inglese. Nel parlato normale, quando mi sento bene ed attivo, il genere non è mai più difficile degli altri aspetti del parlato, ma quando sono stanco e la mia mente non sta attivamente formulando frasi, ricade alle sue strutture più intime; parlo italiano con una grammatica quasi anglofono e da sicura il genere mi diventa un concetto difficile. Sono una persona a chi piacciono molto i linguistici, ed anche se questi livelli diversi di comprensione (quei più profondi, intimi come l’intuizione più pura, e quei più superficiali, che vengono imparati ma non creduti, mai incisi nella mente più profonda) sono teoreticamente ovvi, è una cosa diversa sentirlo in prima persona. Quando divento stanco, parlo con una tecnica che mi piace chiamare ‘sostituzione’, espressione per espressione, frase per frase, non drasticamente quanto sarebbe parola per parola, ma in generale ringrandisco alle forme che conosco meglio (per esempio – e forse questo avrà senso solo per gli anglofoni – stavo per scrivere “le forme che conosco il migliore” perché corrisponde bene alla frase più naturale in inglese per esprimere la stessa cosa, “the forms that i know the best”). Cose piccole cosi. 

Ogni tanto, nel mezzo di una conversazione, realizzo di star parlando italiano, e mi infiacchisco, come un’atleta che tutt’ad un tratto pensa alle sue azioni e non riesce farle più perché le deve fare manualmente. Cerco di non pensarci spesso. 

Quando non sono stanco, quando mi sento molto sveglio, vigile, e mi vengono in mente facilmente le frasi da dire, ho ancora limiti fisici. A causa della mia inesperienza, la mia lingua non mi permette superare una certa velocità nel parlato, e dopo troppo uso, i suoi muscoli in se stessi si stancano. Questa è una limitazione particolarmente frustrante, perché potrei avere già formulata una frase e non riuscire dirlo, forse posso seguire una conversazione ma non riesco contribuirci a causa della sua velocità. La lingua è un muscolo come tutti gli altri, e per giorni interi si sente incapace di articolare tutti i sillabi necessari nell’elaborazione del significato. Se si l’usa troppo, diventa gommoso ed inutile. 

Da quando sono in Italia, ho conosciuto alcuni ‘false friends’. In italiano per sfortuna si chiamano falsi derivati, quindi non traduce bene lo scherzo. Ho incontrato ‘educazione’ e ‘fattoria’ ed il loro imbroglio. Ho imparato che alcune cose che gli anglofoni non sanno contare, tipo ‘news’, ‘advice’, ‘information’, e ‘money’, sanno contare gli italiani. In italiano, la carno-masticazione è un segno di buona fortuna che si può augurare a qualcun altro nell’espressione ‘in bocca del lupo’, mentre in inglese è meglio rompersi le gambe. Ci sono differenze, intendo. 

So che quando parto, sentirò come non sono mai venuto qua. Forse è simile a quello che stavo discutendo prima per quanto riguarda la mia regressione all’inglese quando sono stanco; la mia vita australiana è più intima a me di quella italiana, nello stesso modo che capisco le strutture dell’inglese più profondamente di quelle dell’italiano. Tre mesi non è abbastanza tempo da neutralizzare una vita. Ovviamente, mi sarò cambiato dall’esperienza, e porterò questi cambiamenti verso qualsiasi prossimo passaggio di vita che scelgo. Ma il solo luogo che un nomade sa quando muore è quello stesso luogo dove si abitava alla fine, e se lui è fortunato, avrà forse un’idea del suo origine. Si sa solo il presente, si ricorda il resto. È per questo che ho paura di tornare, di mai partire, perché, semplicemente, non sarò qua ancora, e sarà come se non ci fosse mai. Mi viene in mente un verso da una canzone: “se è magia, perché non può essere eterno?” Certo che Cividale e l’Italia sia un’esperienza magica, ma se la è già, perché non potrebbe fare un singolo ultimo atto di magia e rendersi infinita? La sua magia non si fallisce se non ha l’onnipotenza di mantenersi? Ovviamente, la risposta di qualsiasi persona che è mai vissuta è che questo tipo di magia reale non funziona cosi. Quindi, vivrò qua, poi vivrò in qualche altro posto. Anche se questo presente non può continuare, mi porterà ad un altro, mi toccherà verso altri luoghi da cui non volerò partire, anche se tutto la sua influenza è subliminale. 

Comunque, questo è come mi consolo.

Ciao a tutti!

Grazie per aver seguito questo blog per parecchie settimane!

(Scusate gli sbagli, questo ho scritto in fretta)

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